È in libreria “L’ape furibonda”

Uno dei ritratti delle undici donne intrepide de “L’ape furibonda” – il libro di Bruno Gemelli, Claudio Cavaliere e Romano Pitaro edito da Rubbettino e la cui prefazione è firmata da Susanna Camusso, la segretaria generale della Cgil – è riservato alla marchesa Maria Elia De Seta Pignatelli (“La marchesa con la pistola”) e alla sua Torre di Buturo, nel Gariglione, a un salto dai luoghi della Riserva Naturale Valli Cupe e da Sersale. Una donna “bellissima e affascinante”, come appare in due celebri ritratti del 1937. Uno è di Gino Severini (1883-1966): un olio su tela recuperato dopo un decennio di oblio ed esposto nel 2016 durante la mostra “Severini.

L’emozione e la regola” organizzata a Mamiano di Traversetolo in provincia di Parma dalla Fondazione Magnani Rocca. Il pittore, figura di spicco del futurismo, la consegna amualla storia con “lo sguardo immobile e il braccio volitivo poggiato al fianco con in basso sulla sinistra due simboli mai svelati: un colombo e un pentacolo, forse di origine alchemica, forse un’allusione alla dea Venere”. L’altro è di Renato Guttuso (1911-1987) con cui la marchesa era in contatto e che ospitò in due occasioni alla Torre silana. Un meraviglioso dipinto dell’artista di origine siciliana e punto di riferimento del neorealismo italiano del secondo Novecento che conoscono davvero in pochi. L’ha scovato la giornalista Anna de Fazio grazie ad un amico di famiglia e lo si può ammirare su “Novecento. Catalogo dell’Arte Italiana dal Futurismo al Corrente” a cura di M. Agnellini e sul catalogo della mostra “Guttuso: dipinti 1937-1985” presso la Galleria d’Arte Nuova Gissi di Torino.

L’avvenenza della marchesa, definita da Gabriele D’Annunzio “la Madonna Silana” nelle liriche dell’Alcione, è magnificata da Guttuso in un olio su tavola che è un tripudio di colori accesi. Nel ritratto dedicato alla marchesa da Romano Pitaro è raccontata l’epopea industriale della Rueping e della Sofome (Società Forestale del Mezzogiorno) che dal 1908 al 1949 impiantarono attività di sfruttamento industriale del legname. La storia di migliaia di persone “che cento anni fa si radunarono per un progetto comune” (come sottolinea nel suo libro Orsola Marrazzo) e l’epopea industriale che nel Gariglione e sul monte Femminamorta, più in basso attraversati dai fiumi Tacina e Soleo, impiantò segherie, teleferiche e ferrovie a scartamento ridotto per trasportare (su carri trainati da muli o trascinati da possenti buoi) i tronchi semilavorati alla stazione di Cropani marina, da dove coi treni merci finivano a Napoli, e al porto di Crotone per le altre destinazioni nazionali e internazionali, e che coinvolse, oltre a manodopera specializzata proveniente dalla Lombardia, Friuli, Veneto e Toscana, fino a milletrecento operai dei paesi di Petilia Policastro, Sersale, Zagarise, Mesoraca, Cerva, Petronà e Serra San Bruno.

Un’epopea industriale che vide sorgere lassù un grosso villaggio (uno chalet in stile nordico, case e baracche di legno, le scuole, la chiesa di san Giuseppe, l’ufficio postale, un cinema, l’ospedaletto, il dopolavoro) con uomini e donne alle prese con la fatica dura, ma anche un’infinità di storie toccanti (l’incontro tra “polentoni” e “terroni” e i primi matrimoni) che andrebbero strappate dall’oblio, implacabilmente calato quando al frastuono delle cinque locomotive a vapore e al trambusto delle segherie, alle voci dei bovari, dei macchinisti, dei tonfi sordi dei tronchi caricati sulle teleferiche subentrò il silenzio della foresta più inesplorata d’Europa.Tutto improvvisamente fini. Nel ’49, dopo che la società fu requisita dal comando inglese (tra il ’46 e il ’47) e sottoposta al controllo degli esperti britannici, con lo smontaggio dei materiali e la partenza dei contadini diventati frattanto teleferisti, telefonisti, boscaioli, meccanici, macchinisti e carpentieri per gli Stati Uniti e le fabbriche di Torino, Milano e Genova.

Orsola Marrazzo, tra il ’57 e il ’59, copiò con la macchina per scrivere centinaia di lettere di ex lavoratori della Sofome che cercavano un ingaggio in Svizzera e in Germania. Da bambina, figlia del titolare di una segheria, visse (“a piedi scalzi”) in contrada “Macchia dell’Orso”, nel comune di Mesoraca, e ricorda la marchesa che andava a bere alla fontana lì vicino ( oggi è chiamata la fontana della marchesa) “in sella al suo cavallo dal manto marrone con la stella bianca in fronte, piacevolmente si fermava al dopolavoro aziendale dove la signora Rosa Tesoriere le offriva il caffè”. La nipote della marchesa Francesca Simmons Pomeroy, in un libro di nostalgie struggenti che racconta la storia di una casa in Sila vissuta soltanto vent’anni (“La Torre della marchesa”), la rievoca per la sua generosità e il rispetto che comandava: “Quando sono nata io la villa non c’era più, ma le rovine erano un luogo magico e ricordo bene una recita di mezz’estate che noi bambini avevamo organizzato per gli adulti. Non andavamo spesso in Calabria e la nonna morì quando ero ancora troppo giovane per capire quante storie avrebbe potuto raccontarmi”.

“L’Ape furibonda”, inoltre, contiene la storia della contessa napoletana Maria Teresa De Filippis, di Anna Maria Peduzzi (detta “Marocchino”) e di Ada Pace (meglio conosciuta come Sayonara), tre donne pilota, “corritrici” come si diceva allora, amanti della velocità, della vita e della lotta contro gli schemi. Furono protagoniste del “Giro automobilistico delle Calabrie”, un saliscendi tra colline, montagne e pianure che si tenne nel mese di agosto dal 1949 al 1956.

Contiene inoltre le storie di Maria Oliverio, detta Ciccilla, la brigantessa che spaventò l’Italia; di Giuditta Levato, la coraggiosa giovane donna di Calabricata che a soli 31 anni perse la vita battendosi per il diritto al lavoro in Calabria durante il formidabile decennio (’43-’53) di lotte per le terre; di Giuseppina Russo che lasciò la Calabria in cerca di lavoro e divenne partigiana per amore del marito e della libertà; di Serafina Battaglia, siciliana, che negli anni ’60 ebbe il coraggio, durante un mega processo a Catanzaro, di testimoniare contro la mafia siciliana, facendo nomi e cognomi e rompendo il muro dell’omertà; di Rita Pisano, l’affascinante sindaca comunista di Pedace dal 1966 al 1984 che ebbe l’onore di essere ritratta da Pablo Picasso e rifiutò, per amore del partito (che nel ’75 la espulse), di recitare su richiesta di Giuseppe de Santis in “Riso amaro”; di Caterina Tufarelli Palumbo, la prima e più giovane donna sindaco dell’Italia Repubblicana; di Rosa Graziano, la coraggiosa donna che, per amore, sfidò la sfortuna e gli errori burocratici italiani, sposando l’ergastolano per sbaglio Salvatore Gallo. Sono queste le donne protagoniste del libro di Cavaliere, Gemelli e Pitaro.

Un libro che descrive il temperamento di undici donne coraggiose che con le loro azioni si sono distinte per audacia e intraprendenza, a volte pagando con la vita le loro scelte. Donne emancipate, donne di carattere dentro nove storie ambientate in Calabria. Il coraggio, la passione e la tenacia di ciascuna di loro, come l’ape furibonda di Alda Merini: una delle più sorprendenti e interessanti poetesse del nostro tempo dalla quale il libro trae opportunamente il titolo.

Claudio Cavaliere, sociologo, è autore di numerosi studi e libri sul sistema delle autonomie locali. Bruno Gemelli, giornalista e saggista, è notista e rubricista de Il Quotidiano del Sud. Romano Pitaro, giornalista professionista, dirige l’Ufficio Stampa del Consiglio Regionale della Calabria ed è direttore responsabile del magazine Calabria on web.

Di Chiara Fera

2018-07-30T13:07:13+00:00 12 marzo, 2018|