Monastero dei “Santi Tre Fanciulli” nelle Valli Cupe

Passeggiando tra i rovi che quasi preservano gli ultimi resti del Monastero dei “Santi tre fanciulli”, il direttore della Riserva Valli Cupe Carmine Lupia rievoca le gesta dei Basiliani in Calabria e si sofferma, con citazione di fonti e un filo d’immaginazione, sull’imponenza del Monastero affacciato sullo Ionio. La storia del Monastero (o di ciò che di esso rimane) è naturalmente connessa all’esodo dei monaci Basiliani che dall’Oriente sono arrivati in Italia ed in Calabria in particolare. Qui, i monaci, favoriti dall’egemonia dei Bizantini in Calabria, costruirono un numero considerevole di monasteri e abitazioni. Uno, appunto, fu questo dei “Santi tre fanciulli”. Nome che sicuramente non c’entra nulla con la leggenda “di tre fanciulli scampati a un rogo”. Idem per la chiesa di Santa Maria dei Tre Fanciulli, meglio nota come la chiesa dell’A-Patia, nel territorio di San Giovanni in Fiore e per l’Abbazia dei Tre Fanciulli poi detta Santa Maria la Nuova presso Caccuri.

Il fuoco, però c’entra, eccome! Il nome affonda, infatti, le radici nel cantico del “trium puerorum” che si rinviene nell’Antico Testamento considerato un’aggiunta al Libro di Daniele. Ed è parte della storia gloriosa e terribile del popolo di Dio. La storia è questa: tre giovani nobili della tribù di Giuda sodali di Daniele (Azaria, Anania e Misaele) erano stati deportati in Babilonia, dopo la conquista di Gerusalemme, per essere educati a corte dal re Nabucodonosor. S’integrarono a tal punto da divenire governatori di province ma, poiché mai avrebbero venerato gli idoli babilonesi, furono gettati in una fornace ardente. Miracolosamente, le fiamme non gli fecero un baffo, grazie all’intervento di un angelo. Intitolare il Monastero delle Valli Cupe e gli altri due ai “tre fanciulli” avrà senza dubbio avuto lo scopo di proteggere dalle fiamme distruttive i boschi e i paesaggi silani. Più puntualmente, come osserva Andrea Pesavento (www.archiviostoricocrotone.it), di proteggere chi vi lavorava: i pastori, boscaioli, carbonai e soprattutto gli addetti ai forni della pece (piciarii).

A zonzo fra le memorie del resiliente “Santi tre fanciulli”, oltre a Carmine Lupia, e con lo scopo di fare una prima ricognizione dei luoghi nella prospettiva di avviare presto degli scavi per recuperare il Monastero, due archeologi: Rosita Opipari (che per la Riserva fa anche la guida), e il catanzarese Marco di Lieto (vive a Matera ma per lavoro si sposta continuamente), un toscano, Dario della Mora, che ha sposato una calabrese e a Petrizzi gestisce assieme alla moglie e al cognato la trattoria “Lo Speziale” e il giornalista Romano Pitaro.

Straordinario il cantico dei tre giovani nella biblica fornace: “(…) Noi siamo diventati più piccoli di qualunque altra nazione, ora siamo umiliati per tutta la terra a causa dei nostri peccati. Ora non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto, né sacrificio, né oblazione, né incenso, né luogo per presentarti le primizie e trovar misericordia. Potessimo esser accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato, come olocausti di montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli. Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito, perché non c’è confusione per coloro che confidano in te. Ora ti seguiamo con tutto il cuore, ti temiamo e cerchiamo il tuo volto. Fa’ con noi secondo la tua clemenza, trattaci secondo la tua benevolenza, secondo la grandezza della tua misericordia. Salvaci con i tuoi prodigi, da’ gloria, Signore, al tuo nome. Siano invece confusi quanti fanno il male ai tuoi servi, siano coperti di vergogna con tutta la loro potenza; e sia infranta la loro forza! Sappiano che tu sei il Signore, il Dio unico e glorioso su tutta la terra”.

2018-07-30T13:14:51+00:00 15 febbraio, 2018|